L'eccezione molto costosa

Sarà l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti in via di stesura, saranno i conti pubblici dissestati nei paesi dell’Europa mediterranea, la speculazione malvagia o forse la presa di coscienza di milioni di cittadini che si ribellano a decenni di “illusione finanziaria” (copyright: Amilcare Puviani) praticata dai governi con i soldi pubblici per tenere mansuete le masse. Fatto sta che l’“eccezione culturale” è finita, o quasi.
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Sarà l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti in via di stesura, saranno i conti pubblici dissestati nei paesi dell’Europa mediterranea, la speculazione malvagia o forse la presa di coscienza di milioni di cittadini che si ribellano a decenni di “illusione finanziaria” (copyright: Amilcare Puviani) praticata dai governi con i soldi pubblici per tenere mansuete le masse. Fatto sta che l’“eccezione culturale” è finita, o quasi. E’ dunque a rischio quella clausola per cui i criteri del libero mercato devono valere per il giovane precario o l’industriale sessantenne, ma non per la “cultura” e i suoi produttori. Addirittura in Grecia, culla della democrazia ma anche della sua degenerazione “bipartitica populista” (come l’ha definita il politologo greco Takis Pappas), il governo di grande coalizione è arrivato a chiudere temporaneamente la televisione e la radio di stato, l’Ellinikí Radiofonía Tileórasi (Ert). La “Rai ellenica” è “un caso di opacità unica e di spreco incredibile”, ha detto il governo, proponendo che si riapra ad agosto con nuovi criteri di organizzazione del lavoro, anche se ieri già si vociferava di una parziale riapertura immediata. In Italia – come in Francia, pare – di tutto questo non si discute: ci si indigna e basta.
“L’ultimo straziante concerto dell’orchestra dell’Ert denuncia l’impotenza e il cinismo dell’Ue”: così Nino Rizzo Nervo, ex consigliere d’amministrazione Rai, ha commentato il video virale dei musicisti greci in lacrime. Ieri un altro ex consigliere Rai, Stefano Balassone, in prima pagina sull’Unità ha scritto che solo “l’‘eccezione culturale’ salva la Rai” da una fine in stile Ert. Il problema, per Balassone, è che “nessuno finora ha fatto cenno” al “destino della industria nazionale dell’audiovisivo”. Chiunque parli di “privatizzazione”, come Alessandro De Nicola su Rep. – che poi non è quella l’unica forma di razionalizzazione possibile –, è “liberale” solo tra virgolette, associato al populista Grillo (insulto massimo sull’Unità di questi giorni, ma non di quelli un po’ addietro). “La ‘eccezione culturale’ è l’espressione inventata per dire in faccia agli americani che gli europei non si rassegnano a fare i semplici distributori della valanga di eccellenti prodotti che viene d’oltre Atlantico”. O la Rai “diventa funzionale alla eccezione culturale” o muore. E in questo secondo caso si corre il rischio dell’“oscuramento della democrazia” come ad Atene.
Ma se invece dietro la difesa dell’eccezione culturale si celasse un banale arroccamento nello status quo? A qualche greco il dubbio dev’essere venuto, se è vero che uno su tre si dice favorevole all’oscuramento temporaneo di Ert (in alcuni sondaggi sul Web i “sì” diventano addirittura maggioranza). Paschos Mandravelis, editorialista del quotidiano Kathimerini, ha spiegato al Foglio che non c’era alternativa all’interruzione delle trasmissioni e che “una maggioranza silenziosa” dei greci – in crescenti difficoltà economiche – non accetta più la miscela tra canone obbligatorio (si paga in bolletta con l’elettricità), prodotto scadente (come dimostra anche il basso share della rete) e sabotaggio da parte dei vertici di Ert di ogni tentativo di riforma.
Altro che “eccezione culturale”, avrà poi pensato il lettore del reportage pubblicato domenica su Ethnos, rivista vicina alla sinistra greca, intitolato “La macchinazione dei sindacalisti Ert: distribuivano contributi ad amici e parenti”. Dove si legge per esempio della sentenza contro il presidente di Pospert, sindacato dei lavoratori del servizio pubblico, che assieme alla moglie, anche lei dipendente Ert, ha percepito quasi 50 mila euro di sussidio aggiuntivo per una figlia malata a suo carico. Condannato penalmente perché poi si è scoperto che la figlia era in salute e felicemente sposata. Dal presidente del sindacato si scende poi alla conduttrice di Ert che ha speso 999 euro dell’azienda per un paio di stivaletti. Poi ci sono i 150 tecnici radio (ingiustamente) indennizzati per il fatto di svolgere un lavoro usurante. Per non dire delle stabilizzazioni a mani basse di contratti temporanei senza il rispetto della legge. O di quell’operatore elettronico che assicurava una prestazione continuativa per 24 mesi durante i quali, però, era anche militare di leva a tempo pieno. Questi fatti, riportati da Ethnos, sono venuti fuori in tempo di crisi, spesso dopo le denunce di altri dipendenti e concittadini cui certo “l’eccezione culturale” stava a cuore. Ma non a ogni costo.